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Il 17 gennaio si festeggia Sant'Antonio Abate patrono degli animali

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Roma 16 gennaio - Il 17 gennaio si celebra il patrono degli allevatori, ma anche dei macellai, dei guantai, dei cestai. Ripercorriamo la storia di questo personaggio. Pur avendo iniziato come eremita, nel corso dei secoli Antonio abate è riuscito a smuovere le coscienze di milioni di fedeli e non deve stupire che ancora oggi sia particolarmente viva la devozione popolare per questo Santo, patrono degli allevatori (ma anche dei macellai, dei guantai, dei cestai) che ne celebrano la festa il 17 gennaio esponendo nelle stalle la classica immaginetta sacra con il Santo benedicente. Sarà quindi il caso di conoscere più da vicino la storia e le opere di questa importante figura del monachesimo, visto che alla sua protezione affidiamo i nostri animali e le nostre case, chiedendo di tenere lontani i malanni da bestie e Cristiani.  (leggi tutto)
Sant’Antonio abate dimostrò subito la sua forza vendendo i beni avuti in eredità dalla sua ricca famiglia, distribuendo il ricavato ai poveri e ritirandosi in un luogo solitario, desideroso com’era di dialogare con Dio nel più assoluto dei modi. Una scelta totale, scandita dalla meditazione e dalla preghiera. Antonio cercò la pace ai margini del deserto, lontano dalla città di Coma, dove nacque nel 251 d.c. ma non riuscì a trovare requie, perché il Diavolo iniziò a perseguitarlo con seduzioni di ogni tipo, che Gustave Flaubert descriverà magistralmente nel 1874 in una delle sue opere più note. La via della santità è lunga quanto dolorosa anche perché le lusinghe del Maligno sono subdole e puntano sulle più classiche debolezze del genere umano, a cominciare dalla ricchezza, che il nostro asceta rifugge non senza qualche tentennamento. Il Demonio prova con la bellezza e la sensualità, facendo comparire al cospetto del povero eremita una delle più celebrate figure femminili dell’antichità, la Regina di Saba: “Se tu posassi un dito sulla mia spalla, dice la donna al Santo, sentiresti come una striscia di fuoco nelle vene. Il possesso del più piccolo spazio del mio corpo ti riempirà di una gioia più veemente che la conquista di un impero. Porgi le labbra! I miei baci hanno il sapore d’un frutto che ti si scioglierebbe nel cuore! Ah! Come ti perderai fra i miei capelli, aspirando il profumo del mio seno, sbalordito dalle mie membra, arso dalle mie pupille, tra le mie braccia, in un turbine…”. Antonio resiste e facendosi il segno della Croce allontana l’ennesima tentazione, ma i Demoni non desistono costringendolo ad abbandonare il suo rifugio per un antico sepolcro, dove la lotta continua senza tregua, minando nel fisico il Santo che si trova costretto a lasciare anche questo luogo senza pace per ritirarsi nelle rovine di un vecchio castello abbandonato. Nel 311, nel bel mezzo delle persecuzioni volute dall’imperatore Massimino, Antonio se ne va ad Alessandria per sostenere la vessata comunità cristiana, ma ben presto il richiamo del deserto fu più forte di ogni altro affetto e il Santo torna sui monti della Tebaide, dove, secondo la tradizione morì nel 356 all’età di 105 anni. Difficile stabilire con precisione il confine fra storia e leggenda, anche se di certo Antonio ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo del monachesimo cristiano. Ben presto però il mito superò la realtà, a cominciare dal miracoloso ritrovamento delle spoglie del Santo dopo 170 anni dalla sua morte. Furono infatti due leopardi a scavare la terra in cui era seppellito il feretro dell’abate, che iniziò ad operare miracoli già durante il suo viaggio verso Costantinopoli, scacciando i demoni, sanando i malati e salvando da morte sicura alcuni condannati al patibolo. Nel corso dei secoli Antonio diventa il santo taumaturgo per eccellenza invocato contro la peste, lo scorbuto e soprattutto contro una misteriosa malattia che causava morti atroci, lasciando le carni dei malcapitati crepitanti e piene di ferite, come se un fuoco inestinguibile le avesse tormentate. Era il “fuoco sacro” o “fuoco di Sant’Antonio” o “fuoco degli ardenti”, che oggi conosciamo come “ergotismo”, patologia causata da un parassita delle graminacee (segale in primis) capace di dare pesanti intossicazioni alle comunità che si cibavano di pane prodotto con materie prime contaminate. Vere e proprie intossicazioni collettive in cui le vittime spesso deliravano a causa dell’acido lisergico (lo stesso dell’Lsd) e di altri alcaloidi contenuti in questi funghi microscopici, un chiaro effetto del maligno. Miracolosamente quando interi villaggi “infestati” dalla malattia abbandonavano le proprie case si recavano in pellegrinaggio all’abbazia di Santo Antonio spesso i sintomi demoniaci venivano meno, testimonianza del potere divino dell’eremita (anche se più prosaicamente oggi siamo portati a credere che fosse il cambio di alimentazione a compiere il miracolo). Nel corso dei secoli ci furono vere e proprie epidemie e le pagine dei cronisti contengono descrizioni terribili degli effetti di questa misteriosa malattia, come riferisce il cronista Sigiberto di Genbloux: “A molti le carni cadevano a brani, come li bruciasse un fuoco sacro che divorava loro le viscere; le membra, a poco a poco rose dal male, diventavano nere come carbone. Morivano rapidamente tra atroci sofferenze oppure continuavano, privi dei piedi e delle mani, un'esistenza peggiore della morte, mentre molti altri si contorcevano in convulsioni”. Per curare quella che oggi chiameremmo forma gangrenosa si usavano spesso unguenti preparati con grasso di maiale e piante officinali, il cosiddetto Balsamo di Sant’Antonio e questo spiegherebbe la presenza del porcellino nell’iconografia del Santo. Alla produzione di questo rimedio era data tale importanza da concedere ai religiosi speciali privilegi, come ad esempio la facoltà di far pascolare liberamente i maiali all’interno delle città, alimentati a spese della collettività, purché gli animali fossero dotati della campanella usata dai frati questuanti (altro elemento dell’iconografia ufficiale). La tradizione ha fatto il resto. L’iconografia ufficiale di Sant’Antonio abate riassume in sé gli attributi principali che ne hanno caratterizzato la vita e le opere. Iniziamo dal classico porcellino, che compare sempre a fianco del Santo, la cui presenza si lega ad un altro elemento ricorrente, il fuoco sacro. Generalmente compare anche il bastone a forma di “T” (l’antica crux commissa degli egiziani), che ricorda la stampella utilizzata dai mutilati che sopravvivevano al fuoco sacro. Spesso c’è anche la campanella, attributo dei questuanti, quasi sempre tenuta in mano dal Santo, raramente al collo del maialetto. Uno standard che nel corso dei secoli ha superato indenne mode e maniere, portando sino a noi una devozione particolarmente sentita in campagna, come testimoniano le immaginette del Santo, i calendari, le statue e gli affreschi che in tutta Italia celebrano questo profondo rapporto fra gli allevatori e il loro protettore.
Fonte: Associazione Italiana Allevatori e www.aiol.it
 
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